Buon Natale, Buon Natale,
ma che sia quello vero
e poi zucchero e miele
e un augurio sincero
per un giorno di festa e di felicità
per ognuno che resta e per chi se ne va
e adesso mi chiedo fra tanti perché
è Natale e non sei qui con me.
Buon Natale, Buon Natale,
ma che sia quello vero
e poi zucchero e miele
e un augurio sincero
per un giorno di festa e di felicità
per ognuno che resta e per chi se ne va
e adesso mi chiedo fra tanti perché
è Natale e non sei qui con me.
9:37 del mattino, giornata tutto sommato gradevole, la temperatura esterna è di quasi 10 gradi.
La temperatura interna, invece, è di poco superiore ai 16 gradi.
Se mai avessi dimenticato il motivo per cui sono circa trent'anni che non venivo in Spagna a Natale, eccolo.
Alla fine, il mio responsabile, Luca, quello che mi aveva promesso una exit strategy, dandomi addirittura come obiettivo fine anno... si è licenziato.
Se ne va lui, rimango io.
Per carità, ha avuto una occasione e l'ha sfruttata. Ha fatto bene. Io, però, non pretendevo mica azioni eclatanti o chissà quale altra cosa. Non sono stato io a chiederlo esplicitamente di abbandonare il progetto, è stato lui a propormelo. Mi aspettavo semplicemente il rispetto di una promessa. E se questa promessa non è stata rispettata è perché non poteva essere rispettata. Perché "S. è l'unico intoccabile nel team... dove lo trovo un'altro che faccia 'sto lavoro di merda senza lamentarsi?" Punto.
La verità? E' che siete tutti uguali. Tutti.
E' tranquillizzante sapere d’essere inadeguati, siamo circondati da persone che riversano in noi attese ingiustificate: i figli con i genitori, i genitori con i figli, i mariti con le mogli, e viceversa. Persino gli amici cadono in questo giochino perverso, volere dagli altri più di quello di cui siamo capaci.
Persino da sé stessi si pretende perfezione ed eccellenza. Se imparassimo ad abbassare le aspettative, saremmo molto più felici.
L'essere genitori di bambini piccoli è come andare a scuola: quando ci sei dentro credi che durerà in eterno, invece poi ti accorgi che non è che un piccolo momento circoscritto che ricorderai con rimpianto
Ancora ricordi.
Quando ero un bambino il lavoro di mio papà mi affascinava. Lo vedevo quasi come un mago, lui che era in grado di aprire un apparecchio elettronico, capire cosa fosse che non andava e ripararlo e riportarlo in vita.
Il suo banco di lavoro era così affascinante, con tutti quegli strumenti arcani (saldatore, tester, oscillometro).
E poi... il suo modo di pronunciare alcuni dei marchi in voga negli anni '70. Grundig, Telefunken, Philips, parole che avevano un suono misterioso e magico.
Scrutavo con attenzione ogni piccolo dettaglio del viso delle mie figlie, mi soffermavo sulle loro bocche a forma di cuore e le trovavo semplicemente perfette. Eppure oggi mi dico di non averle guardate abbastanza, quante cose ho perso di loro, che darei per rivivere quei momenti, per essere nella loro cameretta, seduto sull'angolo del materasso o per terra, nella penombra.
Se chiudo gli occhi mi sembra ancora di sentire il loro respiro regolare. E quanti giorni, quante sere sprecate, quante ore a preoccuparmi di cose banali. Non avevo la serenità d'animo per comprendere che quei piccoli grandi momenti non sarebbero tornati, che alla fine rimangono solo i ricordi e che bisogna fare di tutto affinché non svaniscano.
La verità è che non siamo tutti uguali e che si può campare lo stesso senza possedere particolari doti e per questo sentirsi un mediocre.
Il mediocre non è chi non ha talento, è chi si fa bastare quel che ha e non evolve.
Io mi ritengo un mediocre e mi sono accontentato di esserlo. Credo (spero) che tante persone che conosco - amici, colleghi, parenti - potrebbero non essere d'accorso. In fondo qualche piccolo risultato nella vita l'ho raggiunto. Una moglie, due figlie, una casa, un lavoro.
Ma questo non cambia la MIA percezione. Ormai l'ho accettato e non mi pesa più.
Mi sveglio. Sempre prima che suoni la sveglia, un po' perché devo andare in bagno, un po' perché i pensieri cominciano già a girare senza sosta. Mi alzo, faccio colazione cercando di metterci più tempo possibile ma tanto è inutile, arriva il momento in cui devo accendere il PC e collegarmi.
Parte la prima riunione, poi la seconda, ma il mio vero obiettivo è uno solo: l'ora di pranzo, dove cerco di allungare la pausa il più possibile e rilassarmi un po', anche se non ci riesco quasi mai.
Poi si riprende, cercando di tirare avanti fino alle 17,30 - l'ultima riunione, alla quale - spesso - cerco di partecipare collegandomi dal cellulare, così posso uscire e fare due passi.
Fine, chiudo tutto, si cena, un po' di TV, poi a dormire e il giorno dopo si ricomincia.
Tutto questo dal lunedì al venerdì.
Sabato è un giorno gioioso nel quale quasi riesco a non pensare al lavoro. Domenica invece così così, soprattutto nel pomeriggio, con l'ansia che sale pensando al giorno dopo, che puntualmente arriva e si ricomincia.
Quanto tempo si può andare avanti in questo modo?
Un noto attore qualche giorno fa ha detto: "Da bambino la mia idea del lavoro era: ufficio, mal di testa e cibalgina, perché era quello che accadeva a mio padre tutti i giorni.".
Ora, non so se fosse così anche per mio papà (ne dubito), di certo rispecchia appieno la mia realtà.
Me lo ero ripromesso: "io qui a Natale non ci rimetto più piede, grazie, non voglio morire di freddo".
Eppure...
Il tempo passa, le cose cambiano. I miei suoceri invecchiano e per loro diventa sempre più difficile muoversi, tra acciacchi vari ed Alzheimer. Fino al periodo pre-pandemia sono sempre venuti loro, a Natale.
Poi c'è stato il covid, le condizioni di Lorenzo sono peggiorate... un paio di volte è andata mia moglie da sola, qualche volta sono venuti ancora loro (anche se non a Natale).
E adesso eccoci qua.. ho appena fatto i biglietti. Partenza da Torino il 21 dicembre, rientro il 30.
Le promesse, spesso, sono fatte per essere infrante.
Una mia collega. Ragazza sveglia, simpatica, sempre disponibile.
Ieri era assente, oggi mi ha detto che era il suo compleanno (e non si lavora MAI il giorno del compleanno, sappiatelo).
"so che non si chiede mai ad una signora, ma quanti anni hai compiuto"
"eh, oramai sono 27".
Oramai.
27, la metà dei miei anni.
E la maggior parte delle volte sono io che la chiamo per chiederle un aiuto, un'informazione, di spiegarmi qualcosa
27 anni.
Cristo santo.
Io: "Sai, ho chiesto al mio responsabile di togliermi dal progetto"
Carlo: "... per curiosità: è per colpa dei miei colleghi che si comportano in modo dispotico?"
Io: "Ci sta che i tuoi colleghi si comportino così. E' nel gioco delle parti, loro sono il cliente. In qualche modo me lo aspetto. No, il problema non sono i tuoi colleghi, sono i MIEI. Non posso continuare in questo modo."
Non angustiarti per le piccole cose. Nella vita tutto passa, siano i momenti buoni da ricordare, siano i cattivi da dimenticare rapidamente.
Lo so che, in qualche modo che sfugge alla mia comprensione, sei qui accanto a me, come del resto lo sei stato sempre.
Dalla morte dovremmo imparare il valore immenso della vita. Eppure la morte di chi va, a volte, si prende tutta la vita di chi resta. E io questo non lo capirò mai. Saranno forse dinamiche che vanno oltre l'amore che conosco. Sarà che per me la vita andrebbe onorata sempre, in ogni suo istante.
Nella settimana che connette i vivi con chi è dall'altra parte (per chi ci crede) sarebbe interessante riflettere sul tema mentre ognuno, come meglio crede, ascolta e fa fluire il proprio sentimento...almeno questa settimana sarebbe utile a qualcosa, piuttosto che pulirsi la coscienza con un fiore lasciato appassire per mesi su una lapide.
I buchi non si riempono, non si sotterrano e non si "addobbano".
I buchi fanno solo un gran casino, un'eco che rimbomba incomprensibile e a volte tremendamente ingestibile per chi resta.
(Erika)
Anche quest'anno siamo giunti al cambio dell'ora, o meglio al ritorno all'ora solare.
Mio papà era contento, perché "si dorme un'ora in più".
Però le giornate si accorciano. Non sono ancora le 17 e sta facendo buio. E novembre è dietro l'angolo, oramai.
Dio, che tristezza.
Torno brevemente sull'argomento del post precedente, e poi spero di non farlo più - o meglio, di fare un posto sull'argomento dal titolo LIBERO!
Non sono sereno, dice Luca. Eh certo. Oggi si è verificato un problema sull'ambiente di test ed io ero terrorizzato che una attività che ho fatto venerdì potesse essere alla base del problema. Così terrorizzato quasi da non mangiare, mi si è chiuso lo stomaco e non sono riuscito neanche a riposarmi.
Adesso ne ho parlato con un collega, chiedendo se la causa di tutto potesse essere quella, e lui mi ha detto che assolutamente no, è qualcosa di diverso. Sospiro di sollievo anche se il dubbio rimane comunque. Insomma. Non vedo l'ora di festeggiare ed essere tranquillo.
Circa un mese fa il mio responsabile mi ha proposto, per la prima volta, una via d'uscita dal progetto.
"Tu stai lavorando bene ma lo vedo che comunque non sei sereno (ma va?), il manager si incazzerà ma facendo leva sui costi, blablabla."
E io mi sono fermato a riflettere su cosa fosse meglio: continuare nella sofferenza "conosciuta" oppure ripiombare nell'incertezza, il bench, le ferie obbligate e quant'altro? "Chi lascia la via vecchia per la nuova...", eccetera eccetera.
Due giorni fa Luca (così si chiama il mio responsabile) è tornato alla carica. "Guarda che se vuoi, il tempo di fare il passaggio di consegne, tu me lo devi solo dire e io mi muovo"
E io gli ho risposto: Muoviti.
Innanzitutto, quando un cambiamento del genere ti viene proposto più di una volta, qualcosa sotto c'è. Anche solo problemi economici, eh.
E poi mi sono davvero rotto. Stasera sarà l'ennesima serata di rilascio, non retribuita. Questo rilascio ha avuto N problemi, di cui uno dovuto ad un mio errore... ma gli altri no - e me ne hanno addossato comunque la colpa. E io dico basta.
Dovrò tornare in ufficio? Tornerò in ufficio. 5 gg alla settimana, come si vocifera? Va bene. Ma voglio dormire tranquillo.
Nei giorni scorsi c'è stata una riunione sindacale. Sembra che l'azienda sia fortemente orientata verso la drastica diminuzione dello smartworking.
Giusto per riepilogare:
Bene, adesso si parla di rientro in ufficio per 3gg a settimana, in pratica come nel 2019. Certo, perderò almeno 1 ora e mezza al giorno tra andata e ritorno. La spesa media per il carburante raddoppierà rispetto ad oggi. Scomodo, eh, anche se non impossibile.
Eppure mi lascia perplesso la convinzione, condivisa da più colleghi, che "ci saranno una marea di dimissioni, perché oramai ognuno di noi ha tarato la propria vita sullo smartworking e non si può tornare indietro"
A tutte queste persone chiederei:
E' successo di nuovo.
Ci colleghiamo alle 22, partono i test, non funziona nulla.
Per colpa mia.
Già, una delle attività che ho richiesto era sbagliata. Poi ok, come mi ha detto Alessandro (il ragazzo che stamattina ha sistemato tutto, un ragazzo splendido), chi ha eseguito l'attività poteva rendersi conto di quello che faceva, invece di limitarsi ad un copia&incolla, perché l'errore era abbastanza visibile.
Ma il problema di fondo rimane: è successo di nuovo. Ho ricontrollato il tutto non una volta, non due, non cinque... decine di volte. E non ho visto l'errore.
Stanotte non ho dormito, mal di testa e continui pensieri. E' evidente che non posso continuare in questo modo.
Ieri ho chiesto al mio responsabile di cominciare a muoversi per trovarmi una via d'uscita. Vedremo.
“Come sai, io sono un grande appassionato di fumetti, soprattutto di quelli sui supereroi. Trovo che tutta la filosofia che circonda i supereroi sia affascinante. Prendi il mio supereroe preferito, Superman. Non un grandissimo fumetto, la sua grafica è mediocre. Ma la filosofia… la filosofia non è soltanto eccelsa, è unica!
Dunque, l’elemento fondamentale della filosofia dei supereroi è che abbiamo un supereroe e il suo alter-ego: Batman è di fatto Bruce Wayne, l’Uomo Ragno è di fatto Peter Parker. Quando quel personaggio si sveglia al mattino è Peter Parker, deve mettersi un costume per diventare l’Uomo Ragno. Ed è questa caratteristica che fa di Superman l’unico nel suo genere: Superman non diventa Superman, Superman è nato Superman! Quando Superman si sveglia al mattino è Superman. Il suo alter-ego è Clark Kent. Quella tuta con la grande “S” rossa è la coperta che lo avvolgeva da bambino quando i Kent lo trovarono, sono quelli i suoi vestiti. Quello che indossa come Kent, gli occhiali, l’abito da lavoro, quello è il suo costume. È il costume che Superman indossa per mimetizzarsi tra noi. Clark Kent è il modo in cui Superman ci vede. E quali sono le caratteristiche di Clark Kent? È debole, non crede in sé stesso ed è un vigliacco. Clark Kent rappresenta la critica di Superman alla razza umana, più o meno come Beatrix Kiddo è la moglie di Tommy Plympton”
(Bill)
"Non incolperei i nostri genitori. Siamo tutti vittime di vittime, e loro non potevano in alcun modo insegnarci qualcosa che non sapevano. Se tua madre non sapeva amare se stessa, e nemmeno tuo padre, era impossibile che ti insegnassero ad amarti; stavano facendo tutto il possibile con ciò che avevano imparato da bambini. Se vuoi capire meglio i tuoi genitori, chiedi loro di parlare della loro infanzia; e se li ascolti con attenzione e con compassione, scoprirai da dove provengono le loro paure e rigidità."
Per cui se i tuoi genitori possono ancora risponderti, prova a parlarci con amore e non con giudizi o pregiudizi, prova. Molto dipende da noi.
Dedicato a tutti i genitori del mondo che hanno provato a dare un senso alla loro esistenza e a chi ha continuato dopo di loro a camminare su questa terra.
(Louise Hay)
Anche il mese di settembre è andato. Porca zozza, sembra ieri che dormivo in boxer e maglietta, a volte senza, con la temperatura notturna vicina ai 30 gradi. Sembra ieri che lavoravo con un asciugamano a portata di mano, per asciugare il sudore. Sembra ieri che ero al mare e invece sono passati quasi 3 mesi.
Sembra ieri.
E' un anno che lavoro su questo progetto. Un anno di problemi, paure, ansie e senso di inadeguatezza.
Dopo un anno devo ammettere che la situazione è sicuramente migliorata. Sono meno insicuro, ho acquisito quel minimo di dimestichezza ed esperienza (quanto meno per quelli che sono i miei compiti specifici) che mi consentono di fare le cose se non proprio con scioltezza, quanto meno con tranquillità.
Il lavoro continua a non piacermi, eh. Non lo sento come 'mio', ho troppe lacune dal punto di vista tecnico.
Ed ecco che oggi il mio capo torna a dirmi che se voglio uscire dal progetto lui una via di uscita me la trova. Certo, non è semplice, il manager si incazzerà, eccetera - ma facendo leva sui costi, lui pensa di poterci riuscire.
Bene? Non lo so.
Da un lato ho voglia di lasciarmi alle spalle questa esperienza, alcuni colleghi (non tutti, ma alcuni si), i referenti del cliente. Ho voglia di lasciarmi alle spalle incomprensioni, tutte le ore extra e le serate non pagate. Ho voglia di ricominciare.
D'altro canto... "Chi lascia la via vecchia per la nuova, eccetera eccetera". So quello che lascio ma a cosa vado incontro? Cosa mi aspetta? un nuovo periodo di 'bench' non mi spaventa, ora so di cosa si tratta e come affrontarlo. Mi chiederanno di fare le ferie un po' ad minchiam? Pazienza, non è questo il problema.
Il problema è trovare una attività che mi consenta di arrivare, in buone condizioni di sanità mentale, al traguardo (7 anni e 9 mesi, salvo peggio)
Michael Corleone: "Non è personale. Sono strettamente affari", afferma con una lucidità agghiacciante.
Nel mondo labirintico della criminalità organizzata, dove la lealtà e il tradimento danzano un tango pericoloso, le parole di Michael offrono una finestra su una filosofia spietata che separa le emozioni personali dalle decisioni commerciali. Questo mantra spinto rivela non solo una mentalità strategica ma una trasformazione più profonda e inquietante nel personaggio di Michael. Mentre sale al potere, il suo freddo distacco dai legami personali sottolinea la profonda e spesso triste realtà di esercitare autorità assoluta.
Cosa vuol dire quando le decisioni vengono private di sentimenti e viste esclusivamente attraverso la lente del potere? La prospettiva di Michael Corleone ci invita a esplorare il mondo crudo, talvolta brutale, dove le connessioni personali vengono sacrificate sull'altare dell'ambizione e del controllo.
Se avessi voluto descrivere il mio ambiente di lavoro, non avrei saputo farlo meglio.
Guardo una foto di quando avevo 13 anni e ne guardo una di oggi.
Dio, come sono cambiato.
Ma quando è successo?
Di notte? Mentre dormivo? E come mai il mattino dopo non me ne sono accorto?
La verità è che cambiamo al rallentatore, attimo dopo attimo, cellula dopo cellula, come le lancette dell’orologio che si muovono anche se nessuno le vede muoversi.
E non ce ne accorgiamo.
Questa mattina mi sono svegliato e ho pensato che l'estate è finita. Sì, tecnicamente non è ancora finita e magari il caldo continuerà ancora per un po’.
Ma le giornate si accorciano.
Oramai bisogna indossare i pantaloni lunghi e una felpa al mattino.
Non solo ho ancora ricominciato a dormire con il pigiama ma mi copro anche con lenzuolo e con un copriletto.
Sapete quel momento che è un po’ come quando ci si saluta alla fine delle vacanze e ognuno ritorna nella propria città e poi arriva il lunedì che assomiglia un po’ al primo giorno di scuola? Ecco.
Questa estate ho conosciuto una signora, al mare, nostra vicina di stanza. Una mattina mi sono alzato presto, erano le 8 circa, e l'ho vista seduta nel portico, col notebook aperto davanti a sé.
L'ho salutata e le ho detto "La prego, la scongiuro, mi dica che non sta lavorando" e lei per tutta risposta "Mi dispiace deluderla, sto proprio lavorando ma io il mio lavoro lo faccio con passione e non mi pesa assolutamente".
(per dire, con questo panorama)
Poi c'è un mio vicino di casa che è andato in pensione un anno fa. E continua a lavorare. E quando gli chiedo chi glielo faccia fare, mi risponde che a lui piace il suo lavoro, anzi adesso gli piace più di prima proprio perché non è "obbligato" a farlo ma lo fa per sua scelta.
Diffidate di persone del genere. Anzi, se le incrociate, scappate e correte più velocemente possibile: è ragionevole pensare che siano dei serial killer o delle persone mentalmente disturbate
Ho 54 anni e ho già sperimentato qualsiasi tipo di stanchezza, come ogni altro essere umano della mia età.
C'è la stanchezza che ti sfinisce al punto da non farti dormire.
C'è la stanchezza che ti fa venire voglia di piangere.
C'è la stanchezza che ti fa diventare triste.
E poi ce n'è un'altra. E' un'altra stanchezza. E' diversa. E' una stanchezza che va oltre il pianto, oltre la tristezza. E' una stanchezza che intorpidisce, dolorosa, che aderisce alla carne ed alle ossa.
E' la stanchezza della speranza.
"Lo sai che con 20 milioni si può comprare un bar in Costa Rica? Sulla spiaggia. Sole, mare, un sacco di palme."
"Tutto l'anno in costume."
"Tutto l'anno in costume. Nessuno che ti rompe le palle; che ti dice quello che devi fare. Certo, ci vuole coraggio: bisogna abbandonare tutto."
"E se ti va male?"
17 gradi la temperatura esterna di questa mattina. Alle 8.
Comincia ad essere difficile stare coi pantaloni corti, anche in casa - in questo momento, 12:31, la temperatura interna è di 24 gradi.
La notte bisogna coprirsi quantomeno col lenzuolo e temo che presto dovrò tirare nuovamente fuori il pigiama.
Guardo sconsolato la felpa, appoggiata da mesi sulla sedia accanto a me. Tra poco tocca a lei.
Poco meno di due mesi fa stavo facendo la valigia per partire per le vacanze verso sole, mare, spiaggia, caldo, estate. Estate. E intanto vedo che tutti (tanti) esultano, finalmente, non se ne poteva più, caldo insopportabile, evviva il freddo, la copertina, la cioccolata calda, i maglioni pesanti.
Andate a fare in culo.
"Poi non è che la vita vada come tu te la immagini. Fa la sua strada. E tu la tua. E non sono la stessa strada. Così... lo non è che volevo essere felice, questo no. Volevo... salvarmi, ecco: salvarmi. Ma ho capito tardi da che parte bisognava andare: dalla parte dei desideri. Uno si aspetta che siano altre cose a salvare la gente: il dovere, l'onestà, essere buoni, essere giusti. No. Sono i desideri che salvano. Sono l'unica cosa vera. Tu stai con loro, e ti salverai. Però troppo tardi l'ho capito. Se le dai tempo, alla vita, lei si rigira in un modo strano, inesorabile: e tu ti accorgi che a quel punto non puoi desiderare qualcosa senza farti del male. È lì che salta tutto, non c'è verso di scappare, più ti agiti più si ingarbuglia la rete, più ti ribelli più ti ferisci. Non se ne esce. Quando era troppo tardi, io ho iniziato a desiderare. Con tutta la forza che avevo. Mi sono fatta tanto di quel male che tu non puoi nemmeno immaginare."
(Alessandro Baricco)
Era il 2011. Avevo ripreso a giocare a biliardo da un annetto ed ho preso la decisione di iscrivermi alla FIBIS per poter gareggiare, allora con il CSB Leo.
Da allora mi sono iscritto ed ho gareggiato tutti gli anni, prima col Leo, poi con il Golden River e infine con il Kursal dal 2016. I primi anni facevo quasi tutte le gare, mi piacerebbe poter dire "con alterne fortune" ma in realtà con risultati deludenti - però, onestamente, non era la cosa più importante. Due finali di girone, nei primi anni, poi più nulla, fino a tempi recenti (dove con tutta onestà gioco con un minimo di cognizione, rispetto a prima) con due prove del campionato provinciale vinte.
Sono andato anche al Gran Prix di S.Vincent in un paio di occasioni ed in un'altra occasione mi sono iscritto ad una prova del BTP, ben sapendo che avevo scarsissime possibilità di vincere anche solo una partita. Ma non importava: la cosa veramente importante era esserci.
2024. Dopo una stagione tormentata, in cui sono riuscito a giocare la bellezza di 2 prove del provinciale e basta, ho deciso di NON tesserarmi. Risparmio una sessantina di euro, che sarebbero stati altrimenti buttati dato che sarebbe stupido iscriversi ad una gara quando riesco si e no a giocare un paio d'ore a settimana (grazie tante, Credit Agricole).
Ma non potrò più esserci.
E fa male.
Mi sono accorto che nella cronologia di questo blog ci sono dei buchi, o meglio anni passati senza nemmeno un post.
Uno di questi 'buchi' è il 2015.
Che è successo nel 2015? Bè, Claudia si è diplomata. ho fatto un mese di vacanza in Calabria, senza sapere che sarebbe stata l'ultima volta. Mamma e papà hanno celebrato 50 anni di matrimonio. A febbraio mia mamma si è operata di tumore al seno.
Sono passati 9 anni. A luglio mia mamma è andata a fare una mammografia di controllo, a cui è seguita una visita urgente a inizio agosto - e una biopsia la settimana successiva.
Diagnosi: carcinoma. Per la terza volta.
Direi che è abbastanza, no?
(La Grande Bellezza di Paolo Sorrentino)
"Vuoi che te lo dica più chiaramente? C'è qualcuno che ha degli obiettivi (economici) legati al rilascio dell'app entro fine agosto. Per cui, bug o non bug, dobbiamo per forza rilasciare in produzione"
"Anche se non funziona?"
"Quello è un problema secondario".
Sempre più convinto che questo non sia più il mio lavoro.
Quando ho iniziato a lavorare scrivevo codice. Funzionava così: il cliente ti chiedeva un software ("un programma", dicevamo ai tempi). Analisi, sviluppo. Test (funziona? si\no). Consegna. Era semplice, anche perché ho sempre lavorato nel mondo dello sviluppo stand-alone e in quello che oggi chiameremmo "dipartimentale" (cioè su PC). C'erano dei tempi, si, ma se si andava lunghi (e onestamente non ricordo una sola volta in cui mi sia successo) lo si diceva al cliente e lui rispondeva 'ok'.
Adesso il software è certamente più complesso. Il progetto in cui sto lavorando ora sviluppa l'app mobile per una banca. Ci sono un sacco di variabili e di attori coinvolti. Inoltre i test sono più complessi e molto, molto, molto più importanti (non si può consegnare a centinaia di migliaia di clienti una app che non funziona).
Detto questo: le tempistiche sono definite a tavolino. Dobbiamo (DOBBIAMO) rilasciare la versione x ad agosto, la versione x+1 ad ottobre, la versione x+2 entro fine anno. Gli sviluppatori devono lavorare su più versioni del sw in contemporanea. E, a mia memoria, non c'è stata una volta in cui siamo riusciti a rispettare le tempistiche prestabilite. Che significa? Che si lavora male? Possibile. Che il gruppo è sottodimensionato? Più che possibile. Che le stime sono fatte male? Una certezza.
Ma ciò che è peggio è che sento dire cose del tipo "non possiamo sforare, piuttosto rilasciamo l'app con tutti i bug". Consegniamo qualcosa che non funziona, certo, ma lo facciamo nei tempi previsti.
Ho ripetuto fino alla nausea quanto sia stanco di questo lavoro. Ecco, questo è uno dei motivi principali: consegnare qualcosa che non funziona, pur di rispettare le pianificazioni, non è il mio lavoro, non lo è mai stato e non lo sarà mai.
Questo 2024 rappresenta l'anniversario ventennale di un bel po' di cose successe nel lontano 2004.
Giugno 2004 - Fine della mia esperienza in IVECO\ITS\GlobalValue
Luglio 2004 - Comunicazione della cassa integrazione
Agosto 2004 - il 17 agosto, un martedì, iniziavo la mia esperienza in Sanpaolo ("INTESA" doveva ancora venire)
Avevo 34 anni. Claudia aveva 8 anni e Natalia ne aveva 3. Se penso a quante cosa sono cambiate, da allora, mi gira la testa.
(Stefano Benni)
L'altro giorno il tubo led che ho sopra la cucina ha fatto scattare l'automatico. Un rapido controllo, l'interruttore mi sembrava un po' 'lento', ho pensato ok, dai, lo cambio.
Dopo un paio di giorni mi appresto a sostituirlo, e.. sorpresa: vado in crisi. Il nuovo interruttore è leggermente diverso dal vecchio, questo basta a mandarmi nel panico. Per un attimo penso addirittura di buttare via tutto e comprare tutto nuovo.
Poi mi faccio coraggio, respiro, vedo che in effetti potrebbe non essere l'interruttore perché ci sono due fili scollegati dal tubo. li sistemo, ricollego il tutto, lo provo (con un po' d'ansia) e... seconda sorpresa: funziona.
Ora io mi chiedo: perché sono sorpreso? (Che funzioni, intendo. L'essere andato in crisi è un po' meno sorprendente.)
Se qualcosa ho imparato da mio papà sono questi piccoli lavoretti di manutenzione, soprattutto elettrici. E poi... tempo fa mi ero comprato il legno, ritagliato, sagomato, montato ed ho fatto il mobiletto porta-TV. Ora invece vado in ansia per un interruttore?
Non lo so se devo ringraziare il mio ex-capo, che il Signore lo conservi in salute, di tutta questa insicurezza. Anche al di fuori dal lavoro. Anche sulle piccole cose.
O forse sto solo invecchiando.
Fino a qualche giorno fa faceva caldo. Parecchio caldo.
Caldo del tipo che sudi anche solo a star fermo. Caldo che di notte devi cambiarti perché la maglietta che indossi è zuppa di sudore. Caldo che si fa davvero fatica. Caldo d'estate, insomma. Anche qui al nord, anche qui a Torino.
Adesso, invece, la temperatura è scesa. Non arriverei al punto di dire che faccia freddo, eh. Ma è scesa. I soliti temporali spazzano l'aria e qualcosa sembra essere cambiato. Nel sole, nella luce. Si, insomma, ieri era il 15 agosto e da che mondo è mondo l'estate finisce.
Qui al Nord, perlomeno.
A Taranto oggi la massima era di 40 gradi.
Questa estate, a Taranto, parlavo con una persona con un senso dell'onestà e dell'etica discutibile (è un discorso lungo, magari un giorno ci torno). Comunque, quest'uomo raccontava di aver vissuto diversi anni a Torino, da ragazzo, ma di essere poi tornato a Taranto perché a Torino faceva troppo freddo (parlava di temperature sottozero, ovviamente si parla di decine di anni fa).
Ma soprattutto perché gli mancava il mare.
Perché.
Gli mancava.
Il.
Mare.
Penso che non ci sia null'altro da aggiungere.
Agli ultimi che non hanno voglia di diventare primi, e che sorridono lenti verso il traguardo.
A chi crede che in un mondo così veloce, in cui tutto è immediatamente pubblicabile, essere lenti è un'eccellenza.
A chi non si vergogna di essere sé stesso.
A chi pensa che la vita sia una cosa simpatica.
'Se andate a parlare con i bambini dell'asilo o della prima elementare, troverete classi piene di appassionati di scienza. Fanno domande profonde. Chiedono: 'cos'è un sogno, perché abbiamo le dita dei piedi, perché la luna è rotonda, qual è il compleanno del mondo, perché l'erba è verde?' Sono domande profonde e importanti. Vengono fuori da sole. Se andate a parlare ai ragazzi dell'ultimo anno delle superiori, non c'è nulla di tutto questo. Non sono più curiosi. Tra l'asilo e l'ultimo anno delle superiori è successo qualcosa di terribile'
(Carl Sagan, astronomo, divulgatore scientifico, scrittore, premio Pulitzer, astrochimico)
Non ne posso più. Continuo a sentire ripetere "Volere è potere" e tutte le volte mi viene il sangue agli occhi.
Ne avevo già scritto tempo fa, riportando un articolo trovato sul web. Un articolo piuttosto lungo, ma ne riporto un brano che esprime appieno il mio pensiero, in termini sicuramente più educati.
Ripeterci che “volere è potere” aumenta la nostra mania del controllo e ci rende rigidi e impreparati di fronte agli eventi talvolta traumatici che ci capitano, dal lutto a un fallimento professionale, fino alle conseguenze di una pandemia.
Spesso non consideriamo che la realtà intorno a noi si modifica, ci mette degli ostacoli sul cammino, e che impegno e tenacia non sono sufficienti per realizzare le nostre ambizioni.
Fare del nostro meglio è sì importante, ma non significa procedere come muli e lasciarci spremere da meccanismi sociali che ci vogliono incrollabili. Significa accettare che non possiamo controllare tutto, che spesso siamo stanchi e perdiamo la fiducia e che in quei momenti non dovremmo permettere a nessuno – soprattutto a noi stessi – di colpevolizzarci o svilirci.
Rischiamo di precipitare sempre di più in un abisso che ci vuole performanti, di successo, incapaci di riconoscere i nostri limiti e di accettare che a volte ci sentiamo stanchi e demotivati. E che va bene così.
Alimentare la retorica secondo cui se non riusciamo è perché non lo abbiamo voluto abbastanza, perché non ci siamo impegnati come avremmo dovuto, ci induce a svalutarci e a pretendere troppo da noi stessi, riducendo la nostra autostima e rischiando stress psicologico e burnout.
Col risultato che iniziamo a pretendere troppo anche dagli altri.
Jules: Vuoi sapere cosa sto comprando, Ringo?
Ringo: Cosa?
Jules: La tua vita. Ti sto dando dei soldi perché non mi va di farti saltare il culo. Tu la leggi la Bibbia?
Ringo: No, direi di no.
Jules: Be', c'è un passo che conosco a memoria: "Ezechiele 25.17: «Il cammino dell'uomo timorato è minacciato da ogni parte dalle iniquità degli esseri egoisti e dalla tirannia degli uomini malvagi. Benedetto sia colui che nel nome della carità e della buona volontà conduce i deboli attraverso la valle delle tenebre; perché egli è in verità il pastore di suo fratello e il ricercatore dei figli smarriti. E la mia giustizia calerà sopra di loro con grandissima vendetta e furiosissimo sdegno su coloro che si proveranno ad ammorbare ed infine a distruggere i miei fratelli. E tu saprai che il mio nome è quello del Signore quando farò calare la mia vendetta sopra di te»"[2]. Ora, sono anni che dico questa cazzata, e se la sentivi significava che eri fatto. Non mi sono mai chiesto cosa volesse dire, pensavo che fosse una stronzata da dire a sangue freddo a un figlio di puttana prima di sparargli. Ma stamattina ho visto una cosa che mi ha fatto riflettere. Vedi, adesso penso, magari vuol dire che tu sei l'uomo malvagio e io sono l'uomo timorato, e il "signor 9 millimetri", qui, lui è il pastore che protegge il mio timorato sedere nella valle delle tenebre. O può voler dire che tu sei l'uomo timorato, e io sono il pastore, ed è il mondo ad essere malvagio ed egoista, forse. Questo mi piacerebbe. Ma questa cosa non è la verità. La verità è che... tu sei il debole, e io sono la tirannia degli uomini malvagi. Ma ci sto provando, Ringo. Ci sto provando con grande fatica a diventare il pastore.
Nei momenti migliori (cioè quando funziona tutto) mi immagino continuare per il progetto per i prossimi 7 anni ed arrivare in derapata verso la tanta agognata meta.
Poi ci sono gli altri momenti, e purtroppo sono la maggioranza. Quelli in cui non funzionano le cose, in cui il cliente ha un atteggiamento sbagliato e poco costruttivo. Quelli in cui mi sembra di lavorare da solo, quelli in cui chiedo aiuto, assistenza, informazioni e le richieste cadono nel vuoto - e parlo dei miei colleghi.
Ne ho parlato con il mio responsabile, lamentandomene, e lui mi dice "quando è così dimmelo e intervengo io". Bene, ok, giusto, sacrosanto.
Ma posso continuare così in questo modo? facendo da interfaccia verso il cliente e con il vuoto alle spalle?
Ecco, nei momenti peggiori mi immagino festeggiare, quando riuscirò ad uscire dal progetto.
Il treno parte da Torino. E' nuvoloso e minaccia pioggia. E infatti piove, un paio di scrosci belli forti. Pronti, via, a Milano quasi non si riesce a vedere dai finestrini con tutta l'acqua che sta venendo giù. Il cielo è sempre più nero.
Poi si arriva a Bologna e quindi Rimini, comincia la riviera. Si vede il mare, finalmente.
E accade il miracolo.
L'estate.
Più si viaggia verso sud, più il sole appare brillante e caldo. Il mare diventa sempre più blu.
Si arriva a Brindisi a pomeriggio inoltrato, sono le 19. Ma c'è ancora il sole, fa ancora caldo. Tutto ciò che ho visto della città è quello che si può vedere fuori dalla stazione.
Ma le palme, i colori, il profumo del mare.
Sono tornato a casa.
Mi ha detto che secondo lui la gente vive per anni e anni, ma in realtà è solo in una piccola parte di quegli anni che vive davvero… e cioè negli anni in cui riesce a fare ciò per cui è nata. Allora, lì, è felice.Il resto del tempo è tempo che passa ad aspettare o a ricordare. Quando aspetti o ricordi, mi ha detto, non sei né triste né felice. Sembri triste, ma è solo che stai aspettando, o ricordando. Non è triste la gente che aspetta, e nemmeno quella che ricorda. Semplicemente è lontana.
(Alessandro Baricco)
Benvenuto agosto.
Un altro agosto che passerò lavorando. Vacanze terminate oramai e la stessa sensazione di stanchezza, di inadeguatezza di sempre.
Un anno fa ero infognato nell'attività di Service Manager, ero depresso e demotivato e pregavo per un qualsiasi cambiamento.
Oggi sono infognato nell'attività di Release Manager, sono depresso e demotivato e prego per un qualsiasi cambiamento.
L'unica nota positiva è che è passato un anno.
La tua voce come il coro delle sirene di Ulisse m'incatena
Ed è bellissimo perdersi in questo incantesimo.
Ci sarà tempo nei prossimi giorni per parlare di questa vacanza. Ma adesso sono sul treno, tra Milano e Torino. Ieri a quest'ora ammiravo il tramonto sul mare, a Leporano. Oggi ho cercato di scorgere il sole tra i palazzi di Milano ma non ci sono riuscito. E mi prende l' angoscia.
Sta arrivando il momento tanto desiderato. Oggi è il mio ultimo giorno, da domani sono in vacanza (cioè, ho una call domani pomeriggio, ma vabbè, lasciamo stare che è meglio).
Si parte venerdì mattina, destinazione mare. L'anno scorso le mie vacanze sono state un viaggio di 5 giorni a Parigi (bello, eh, ma non è la stessa cosa).
Non vedo l'ora.
Da bambini si crede a tutto.
Agli alberi, all'asfalto, ai sassi, ai marciapiedi.
Al cielo, alla pioggia, ai gatti sdraiati al sole.
Alla fetta di pane al pomodoro mangiata per merenda, ai cartoni animati.
Alle intuizioni, alle buone intenzioni.
Al lavoro che produce risultati, ai risultati che vengono premiati.
Alla mamma, al papà.
Forse diventare grandi non vuol dire altro che questo: smettere di credere.
"Egregio Pino, il tempo scorre (panta rei), anche troppo velocemente, ma le ricorrenze permettono di soffermarci sulle persone che hanno condiviso momenti importanti del nostro cammino. Ricordo con affetto il tuo garbo, la tua competenza, il tuo equilibrio, la tua umiltà, la tua costanza... decisamente un uomo e collega di sostanza. Buon compleanno di cuore. A Te ogni bene."
Questo il messaggio di Garbe, questa mattina. Prima di tutto penso che avrei bisogno di persone come lui per rialzare la mia autostima.
Poi mi dico che forse queste parole non sono solo di circostanza.
Ah, comunque, tanti auguri a me.
Allora.
Succede che, come al solito, l'attività pianificata per il 18 giugno si protrae stancamente prima al 24 giugno (costringendomi a lavorare durante la festività - e per giunta senza alcuna maggiorazione di straordinario, visto il mio livello), poi al 25, anzi no al 26, facciamo il 27 giugno.
Un film già visto. Però.
Io il 27 giugno sono in ferie. E' il mio compleanno, non lavoro il giorno del mio compleanno. E sono in ferie anche il 28 giugno.
Queste ferie le ho fissate due mesi fa. E sono state approvate.
Per cui, quando il mio responsabile ha provato ad accennare un timido "ma non potr.." ho risposto: SONO IN FERIE. Punto.
Ho preparato tutto quello che potevo preparare, compresa un documentazione che spiega le attività da fare e come farle. Ma di più no, mi dispiace. Non se ne parla.
Palle dure, quindi. La persona che mi 'sostituisce' è quella che ha più esperienza di tutte, nel progetto. Ok, io ho più dimestichezza con le operazione e gli strumenti specifici, tuttavia dubito fortemente di aver qualcosa da insegnargli, semmai è il contrario.
E allora perché mi sento addosso questo sgradevole senso di colpa?
Inteso come nome proprio, non come il giorno della settimana. Anzi, Mimma. L'ho sempre conosciuta così. Una vecchia amica di papà, che poi col tempo è diventata una grandissima amica di mamma. Quando ero piccolo me la ricordo poco... ricordo che si trasferì con la sua famiglia sul Lago Maggiore quando ero adolescente. Ricordo Diego e la tragedia della sua scomparsa. Ricordo Fausto e il suo carattere burbero ma buono. Ricordo Dario e il suo essere quasi timido, all'ombra di suo fratello.
Ricordo che Mimma non ha mai dimenticato una ricorrenza o un compleanno. Che fosse mio, o delle mie figlie, che quasi non ha conosciuto. Ricordo quel giorno del 2015 in cui siamo andati tutti a trovarla, con mamma che aveva ancora la parrucca, e la bella giornata che abbiamo passato assieme.
Ricordo le telefonate chilometriche che faceva a mia mamma.
Ricordo quando siamo andati di nuovo a trovarla un paio di mesi fa, ricoverata in un centro di riabilitazione. Mamma diceva che stava male, ma quel giorno era lucidissima, ha parlato in continuazione per quasi due ore fumando una sigaretta dietro l'altra e ricordando aneddoti del passato.
Poco fa Dario mi ha mandato un messaggio, dicendomi che la sua mamma è peggiorata. Tanto. Non sapeva quanto tempo ci vorrà, se un'ora o un giorno o una settimana, ma siamo agli sgoccioli. 5 anni fa, al funerale di papà, mi prese per mano per dirmi che se ne era andato un pezzo grande della sua vita e della sua giovinezza, uno degli ultimi rimasti.
Adesso se ne sta andando uno degli ultimi pezzi della vita e della giovinezza di papà. La vita è questa, d'accordo, ma è una vita di merda.
Finalmente è passato.
Il 16 giugno è stato uno dei giorni più belli della mia vita, dal 2001 in poi, per poi diventare uno dei più orribili a partire dal 2019.
Adesso è passato, cerchiamo di tappare le falle e curare le ferite, per quanto possibile, e andiamo avanti.
Esattamente 2 anni fa, il 7 giugno 2022, iniziavo ufficialmente un nuovo incarico.
Due anni fa scrivevo un post carico di speranza. Peccato che poi sia andato tutto in vacca. Evidentemente non sono tagliato per fare il manager, e questa è la mia colpa. Poi ho lavorato con colleghi e responsabili stronzi, per usare un eufemismo, e non sono stato capace di essere altrettanto stronzo. E questa non la ritengo affatto una colpa, ma un pregio.
Da ieri, 6 giugno, indosso i pantaloni corti. E' ufficialmente estate.
(A quelli che dicono "ma no, che palle il caldo, meglio l'inverno" giunga il mio più cordiale vaffanculo)
Sembra infatti che il Papa si sia espresso contro l'ammissione degli omosessuali o di persone con tendenze omosessuali ai seminari, aggiungendo con un sorriso che nell'ambiente "di frociaggine ce n'è fin troppa". Fa pensare che il tutto sia avvenuto durante un incontro a porte chiuse fra il Pontefice e gli oltre 200 vescovi italiani, e che quindi le porte non erano proprio ben chiuse se qualcosa è trapelato. Fa riflettere il fatto che lo stesso Papa si è espresso poco tempo fa sulla questione dicendo "chi sono io per giudicare un gay?" e quindi davvero le sue parole potrebbero essere una (mal riuscita) battuta di spirito. E' anche strano che il Papa argentino si possa esprimere con una terminologia 'burina' come questa.
Ma tant'è, in realtà non è questo (per me) il nocciolo della questione.
Il VERO nocciolo della questione dovrebbe essere: i sacerdoti sono obbligati a rispettare il voto di celibato e (soprattutto) quello di castità "proprio dell'istituto di vita consacrata e che prevede l'obbligo a non avere rapporti sessuali."
Pertanto: che importa se uno sia omosessuale o eterosessuale?
Ma io, che ho potuto studiare finché ho voluto, che non ho mai conosciuto la vera fatica, che le guerre le ho viste solo in televisione, io che non ho mai dovuto scrivere lettere rannicchiato in trincea, io che lavoro seduto davanti a un computer anziché curvo sui sacchi di sabbia, di tutto posso lamentarmi tranne che della sfiga.
(V. Morozzi)
Ho capito che mi piacciono le persone che ne hanno passate di tutti i colori e, nonostante questo, continuano ad avere fiducia.
Amo chi dopo la lotta si è affezionato alle proprie debolezze, non alle vittorie. Ho capito che tutti portiamo dentro nascosto in qualche anfratto un dolore che non passa mai. E che possiamo imparare a conviverci.
Butch: Stai bene?
Marsellus: No, amico. Mai stato così lontano dallo stare bene.
Butch: E adesso?
Marsellus: E adesso... ora ti dico adesso cosa: chiamerò qualche scagnozzo strafatto di crack per fare un lavoretto in questo cesso, con un paio di pinze e una buona saldatrice. Hai sentito quello che ho detto, pezzo di merda? Con te non ho finito neanche per il cazzo! Ho una cura medievale per il tuo culo!.
Butch: Dicevo, adesso che sarà tra me e te?
Marsellus: Ah, in quel senso là. Adesso ti dico che sarà tra me e te. Non c'è niente tra me e te. Non c'è più niente.
Butch: Pace, allora.
Marsellus: Pace, allora. Due cose: uno, non raccontare questa storia. Questa cosa resta fra me, te e il merdoso che presto vivrà il resto della sua stronza breve vita fra agonie e tormenti, il violentatore, qui. Non riguarda nessun altro questo affare. Due: lascia la città stasera, all'istante, e una volta fuori, resta fuori, o ti faccio fuori: a Los Angeles hai perso i tuoi privilegi.
Credo che non è giusto giudicare la vita degli altri, perché comunque non puoi sapere proprio un cazzo della vita degli altri.
5000 km. Traguardo raggiunto dopo 321 giorni. In media fa poco più di 15 km al giorno.
Come è cambiata la mobilità... di tutti, ma soprattutto la mia. Quando lavoravo a Moncalieri, mi sembra passato un secolo, di chilometri ne macinavo eccome. Andavo tutti i giorni in ufficio e poi andavo in Spagna due volte all'anno... e quando non andavo in Spagna in estate, andavo in Calabria. Nel 2008 la spesa media per il gasolio era si avvicinava ai 150 euro al mese.... e il gasolio costava in media 1,35 euro.
Adesso? vado in ufficio una volta a settimana, quando va bene. Gli ultimi anni sono andato in Spagna, a Pasqua, ma in aereo. Vacanze? sono andato a Parigi l'anno scorso, ma in treno. L'anno scorso la spesa media per il carburante è stato di 46 euro al mese - è il costo è salto a 1,8 euro
Insomma, viaggio molto meno. Uso l'auto molto meno. Per questo, i 5000 km della mia Clio ibrida sono un bel traguardo.
"Le madri che ci chiamavano dai balconi, purtroppo non ci sono più. Urlavano e cambiavano di tono. Si facevano incazzate in progressione, man mano che dall'altra parte si stendeva una coltre di silenzio sospetto. S'incazzavano perché il calore del pranzo rischiava di disperdersi. Poi, l'idea del piatto sopra il piatto. Rovesciato. Le goccioline di condensa. Che ricordi imponenti. Le madri. Volevamo solo giocare a pallone un altro po', per questo non rispondevamo alle loro chiamate.
Dove siete andate? Perché avete smesso di chiamarci? Eravate le sentinelle della nostra dispersione. Quella che garantiva la serenità. Ci avete messo, di colpo, nell'altro mondo, ma non eravamo e non saremo mai pronti a essere quelli che chiamano, anziché essere chiamati."
(Paolo Sorrentino)
Tanti anni fa tornavo dal lavoro e trovavo dietro la porta le mie figlie che mi aspettavano, raggianti. Tanti anni fa non vedevo l'ora che arrivasse il fine settimana per infilarle nel marsupio ed uscire e passare tutto il tempo con loro.
Tanti anni fa accompagnavo le mie figlie tutti i giorni all'asilo. E poi... la sveglia al mattino per andare a scuola. La colazione e il pranzo e la cena, tutti seduti alla stessa tavola. I compiti, le uscite, la paghetta.
Tanti anni fa, appunto. Oramai non posso più dire che stiano crescendo - sono cresciute. E mi stanno abbandonando. Sono 4 anni che Claudia è andata via di casa, andando a convivere con il suo ragazzo, e quasi un anno che l'ha fatto anche Nati (anche se a modo suo).
Per carità, i figli devono spiccare il volo. E' giusto, è sacrosanto e sarebbe molto peggio se non lo facessero. Ma è comunque una sofferenza. E questi momenti di unione mi mancano, mi mancano davvero tanto.
Tre giorni. Tre lunghi giorni passati con l'ansia. oggi c'è il rilascio in produzione ed io ho passato tre giorni a rodermi e farmi venire il mal di stomaco, pensando che qualcosa sarebbe andato storto e che sarebbe stata colpa mia e che nessuno mi avrebbe dato una mano. Purtroppo ciò che mi ha regalato il mio incarico precedente è stato un bel pacco contenente insicurezza, ansia e perdita di autostima.
Ora, è presto per parlare ma
Ma la strada è ancora lunga.
Duemila uomini per turno, tre turni al giorno. Seimila uomini guadagnavano un onesto salario lì dentro. Hanno sfamato i loro figli, hanno comprato case. Hanno fatto abbastanza per mandare i figli al college. Acquistare una seconda macchina.
Hanno costruito qualcosa che potessero vedere. Non solo cifre di bilancio, ma qualcosa che potevano vedere, annusare... toccare.
Ora, tutto quello che ho cercato di costruire per 30 anni per me e per tutti gli altri è... sparito.
Il padre è quasi sempre invisibile, quasi, perché come un supereroe appare quando ne hai più bisogno.
Quando senti di non farcela, quando piangi, quando senti che il mondo stia per crollare, arriva quel vecchio brontolone con mille difetti e ti dice con un sorriso e una pacca sulla spalla ‘tranquillo, tutto andrà bene’.
Un padre non è perfetto, perché è umano, si stanca, si sbaglia, si dimentica le cose, le date di nascita, ma è colui che anche nelle peggiori circostanze sarà sempre lì a dare la sua vita per i suoi figli.
Il termine "Boomer" si riferisce genericamente alle persone nate tra il 1946 e il 1964, ovvero i cosiddetti "figli del boom economico", ma viene usato più comunemente (ed in senso dispregiativo) per descrivere tutti gli over 50 che fanno un utilizzo particolare dei social (dal 'buongiorno caffè', al 'Ufficiale, lo hanno detto anche in TV' fino all'utilizzo dei mezzi social come fossero qualcosa di privato).
Ora, passino le carampane del buongiorno e buonanotte. Passino le fake news condivise con estrema leggerezza. Insomma, fino ad un certo punto fanno anche sorridere.
Ma quando vedo la foto di una attrice, non necessariamente hard, in abiti discinti ed una pletora di cosiddetti 'uomini' che commentano sull'ammazzarsi di seghe, sulla perdita delle diottrie e sui calli alle mani, bè, il mio primo pensiero è:
Spero di morire prima.
“Per un momento tutto mi fu chiaro, e nei momenti in cui accade vedi quanto è sottile il mondo. Non lo sappiamo tutti quanti in cuor nostro? E’ un meccanismo perfetto e bilanciato di voci ed echi che fanno da rotelle e leve, onirico orologio che rintocca oltre il vetro degli arcani che chiamiamo vita. Oltre? Sotto? Intorno? Caos, tempeste. Uomini con martelli, uomini con coltelli, uomini con pistole. Donne che pervertono ciò nono possono dominare e denigrano ciò che non possono capire. Un universo di orrore e smarrimento circonda un palcoscenico illuminato, sul quale noi mortali danziamo per sfidare le tenebre.” (S. King)
“Niente ferisce, avvelena, ammala, quanto la delusione. Perché la delusione è un dolore che deriva sempre da una speranza svanita, una sconfitta che nasce sempre da una fiducia tradita cioè dal voltafaccia di qualcuno o qualcosa in cui credevamo. E a subirla ti senti ingannato, beffato, umiliato. La vittima d’una ingiustizia che non t’aspettavi, d’un fallimento che non meritavi. Ti senti anche offeso, ridicolo, sicché a volte cerchi la vendetta. Scelta che può dare un po’ di sollievo, ammettiamolo, ma che di rado s’accompagna alla gioia e che spesso costa più del perdono.”
(Oriana Fallaci)
E' da stupidi pensare che esistano dei segnali dall'Universo. Cioè, io credo che l’Universo abbia cose migliori da fare. Almeno me lo auguro con tutto il cuore. Sai quanti segnali ho avuto, e dove mi hanno portato? Forse non esistono i segnali, forse un orologio è soltanto un orologio ed una sedia è soltanto un a sedia. Non dobbiamo dare un significato ad ogni singola cosa.
Forse non serve che l’Universo ci dica quello che vogliamo davvero, perché forse lo sappiamo già, dentro di noi.
Non lo conoscevo bene, Franco. Lo conoscevo di nome sì, per il ruolo di rappresentante sindacale che ha sempre avuto, anche negli anni scorsi.
Nel 2022/23 abbiamo lavorato nello stesso gruppo anche se non proprio assieme. Nessun contatto se non un paio di mail che ho ritrovato oggi, una di una convocazione ad una assemblea sindacale e l'altra nella quale, in risposta ad una collega che voleva organizzare un pranzo di Natale, ammoniva a non abbassare la guardia sul tema COVID e richiamava tutti al rispetto delle regole.
Niente di più di un saluto veloce nel corridoio, le poche volte che ci siamo visti.
E adesso non c'è più, a causa di un improvviso aggravamento delle sue condizioni.
60 anni, un figlio adolescente. Mancava poco alla tanto agognata e sospirata pensione ma qualcuno (il fato, il destino, Dio) ha deciso che non dovesse arrivarci.
Mi viene da pensare a tutti i progetti che sto facendo per quando smetterò di lavorare, anche se mancano più di 8 anni. Al tempo che passa inesorabilmente ed al fatto che quando arriverà quel momento, semplicemente avrò 8 anni in più.
"Cosa ottieni se metti insieme un malato di mente solitario con una società che lo abbandona e poi lo tratta come immondizia? Te lo dico io cosa ottieni: ottieni quel cazzo che ti meriti!"
C’è un periodo della nostra vita, forse la fine dell’adolescenza o comunque intorno ai 20 anni, in cui formi la tua personalità, il modo in cui ti relazioni col mondo e con le persone. La musica è una parte importante di questo processo. Per alcune persone quella musica sono le canzoni che hanno ascoltato in un periodo formativo.
Posso capire che chi ha vissuto quella musica in quel periodo della sua vita faccia fatica a trovare qualcos'altro all'altezza. Non si tratta di chiedersi se qualcuno sia in grado di scrivere canzoni all'altezza di quelle. Anche se qualcuno scrivesse canzoni come quelle, chi ha vissuto quella musica in un certo momento della sua vita non le troverà mai e poi mai all'altezza delle vecchie cose. Non è colpa dell’autore, del cantante o della band. È la vita.
Nella vita ci sono cose che ti cerchi e altre che ti vengono a cercare.
Il dolore altrui è un qualcosa che troppo spesso viene sottovalutato, scavalcato in punta di piedi per non farsi sentire e vedere, nonché giudicato, a causa di un pregiudizio e di un egoismo sfrenato che ognuno di noi, chi più chi meno, esercita nel quotidiano verso chi non sta bene, e questo perché la verità fondamentalmente è una sola....
A noi del prossimo non ce ne frega assolutamente un cazzo.
Invecchiare non è gentile. Sei ancora qui. Ancora presente. Stai ancora guardando il mondo muoversi. Ma il corpo che ti ha portato attraver...