24 ottobre 2022


I Prefab Sprout, 1985. Avevo 15 anni. Mia nonna stava morendo. Io soffrivo pene d'amore. Facevo Terza superiore. Avevo tutta la vita davanti e chissà cosa immaginavo del mio futuro.

Oggi è una giornata grigia e ricordo parecchie giornate simili, quell'autunno. Ricordo quello, e la musica. Appetite, Alive and Kicking.. i Fine Young Cannibals, Madonna, Tina Turner.

37 anni fa. Dio mio.


21 ottobre 2022

Amici

Ho un amico, ci conosciamo da quasi 30 anni. Eravamo vicini di casa e per circostanze fortuite siamo venuti in contatto. Siamo diventati amici, siamo andati in vacanza assieme, l'ho ospitato per un mese a casa mia quando ha avuto bisogno, lui c'è sempre quando ho bisogno io (di un muratore, di un idraulico, un imbianchino, qualsiasi cosa). Lui mi chiama quando ha necessità di capirci qualcosa di internet, cellulari, contratti, eccetera. Siamo molto diversi, lui siciliano e poco scolarizzato, io torinese (di nascita) e lavoro in banca. Lui ha 14 anni più di me ed è come un fratello maggiore.

Ha un difetto, però: parla. Parla, parla, parla, parla in continuazione. Di sè, del suo lavoro, dei suoi problemi, dei suoi parenti. Parla, parla, parla. A volte è difficile starlo a sentire.

Come adesso: io sono in smart working, dovrei lavorare teoricamente. Ma non ce la faccio, perchè lui parla, parla, parla e io non riesco a combinare nulla. Lui non se ne rende conto, pensa che sono a casa e questo per lui è sufficiente. E parla, parla, parla. Adesso è in pensione, quindi non ha impegni lavorativi e viene a trovarmi. E parla, parla, parla. E' arrivato qui due ore fa, due ore in cui non ho fatto nulla.

Adesso è venuta anche sua moglie.

Ecco, in questi casi penso che sarebbe molto, molto, molto meglio andare in ufficio.

Positivo?

Ogni tanto un post che non sia lagnoso e non dia una visione catastrofica della vita ci vuole.

Con grande fatica sono riuscito a convincere 3 persone del mio team a lavorare assieme, da lunedì cominceranno delle sessioni di affiancamento.

Che io sappia stanno provando a convincerli da ANNI.

Credo di aver ottenuto un risultato enorme.

19 ottobre 2022

Nelle mie corde

Chissà da dove arriva questa espressione. Il significato è che si tratta di un compito, lavoro, una attività che rientra nel campo delle tue conoscenze e quindi ti senti di affrontare. 

Ho trovato in rete una spiegazione: sembra che derivi dal latino "est in meus cordis" ossia "sta nel mio cuore" nel senso di cosa conosciuta o amata (ricordiamoci che nell'antichità si pensava che il centro dell'intelletto fosse il cuore) volgarizzato in "è nelle mie corde".

Io pensavo invece che fosse di derivazione musicale, immagino un musicista che suona chessò il pianoforte, la chitarra, un qualunque strumento a corde - e riferendosi ad un brano dice "è nelle mie corde", cioè me la sento di suonarlo, posso farcela.

Bè, alla fine poco importa, il significato non cambia.

Quando ho iniziato questo nuovo lavoro, a giugno, ho chiesto al mio ex-responsabile un parere, gli ho chiesto semplicemente: "secondo te, è nelle mie corde?" e lui mi ha risposto di si.

Non ne sono più così sicuro, e non si tratta di una questione di autostima o di sindrome dell'impostore, o almeno non solo. Non ho problemi a pensare di dover gestire un progetto, scadenze, tempi, documentazione. Il mio vero problema è dover gestire le persone.

Facile fare il team leader, quando il team si compone di gente come Bruno, Daniela o Roberta - i miei ex-colleghi a cui non avevo neanche bisogno di dire le cose che già le stavano facendo. 

Adesso parlo, e non mi ascoltano. Chiedo, e non mi rispondono. "Devi cominciare ad essere più direttivo", mi hanno detto. Già, ma come? E poi c'è l'altra questione, quella di gestire le situazioni critiche, quella che se ne va, quello che non vuole lavorare lì. Decidere io? no, non ci siamo. Questo davvero non è nelle mie corde.

Insomma, la mia risposta standard a chi mi chiede "come va?" è sempre stata "potrebbe andar peggio". Anche questa certezza mi sta abbandonando, un pò alla volta.


14 ottobre 2022

AIU TO!

Iniziare la giornata con un incontro con Principal Manager, Delivery Executive Manager, Account Manager, Engagement Manager a parlare di TBD, DRILL DOWN, REVENUE e ACTUAL

Qualcuno mi salvi, vi prego.



12 ottobre 2022

Un giorno di vita

"Un abbraccio vuol dire “tu non sei una minaccia.
Non ho paura di starti così vicino.
Posso rilassarmi, sentirmi a casa.
Sono protetto, e qualcuno mi comprende”.
La tradizione dice che quando abbracciamo qualcuno in modo sincero,
guadagniamo un giorno di vita."

(Paulo Coelho, Aleph)

07 ottobre 2022

VOLERE NON È POTERE. È ORA DI PIANTARLA COL MANTRA CHE TUTTO DIPENDE DALLA NOSTRA VOLONTÀ.

In un Paese in cui il senso di precarietà ha perso il suo carattere transitorio ed è diventato l’unica certezza, soprattutto per le fasce più giovani della popolazione, assistiamo al proliferare di coach, motivatori e sedicenti guru del “pensiero positivo”, che vorrebbero persuaderci che la realizzazione e l’appagamento personali dipendano esclusivamente dalla nostra volontà e tenacia. Insomma, vogliono convincerci che “Volere è potere”, e che tutto ciò che desideriamo sia alla nostra portata: basta solo impegnarsi. Una retorica pericolosa e fuorviante, che ci impedisce di riconoscere i nostri limiti e di comprendere che possiamo controllare solo una piccola parte della nostra vita. Prima o dopo, tutti dobbiamo fare i conti con l’imponderabilità di eventi che cambiano i nostri piani, costringendoci a pesanti rinunce e lasciandoci addosso un senso di fallimento. E quando falliamo, c’è sempre qualcuno che ci invita a non abbatterci, ad andare avanti a testa bassa verso i nostri obiettivi perché, se ce la mettiamo tutta, prima o poi riusciremo a farcela. Ma la realtà è ben diversa e la retorica del volere è potere, spesso, serve solo ad aumentare la percezione del fallimento e il nostro senso di inadeguatezza.

La nostra epoca è segnata dal bisogno di andare oltre i limiti che la natura umana ci impone, sempre e in qualunque campo. I progressi della scienza e la rivoluzione tecnologica ci permettono di fare, sempre più facilmente, una serie di cose che diamo ormai per scontate, ma che pochi anni fa sarebbero state impensabili per un essere umano. In qualsiasi parte del mondo ci troviamo, possiamo avere continui contatti con i nostri cari, riducendo al massimo la percezione della distanza. Abbiamo costantemente accesso a milioni di informazioni attraverso lo smartphone, ma soprattutto possiamo avere uno spazio social dove condividere contenuti e idee con migliaia di persone. Sul web possiamo essere chiunque, indossare maschere, applicare filtri a qualunque foto, addirittura crearci una vita parallela senza essere scoperti. Ma non è solo il digitale a convincerci di essere onnipotenti, perché la retorica del “volere è potere” si annida anche altrove.

Se siamo insoddisfatti del nostro aspetto, grazie alla chirurgia estetica possiamo modificare i nostri tratti somatici e “comprare” il viso e il corpo che vorremmo, e che per natura non ci è stato dato.  Se ci invaghiamo di qualcuno che non ci corrisponde, arriva in nostro soccorso l’esperto di seduzione da migliaia di followers, pronto a suggerirci “le dieci regole che la (o lo) faranno innamorare immediatamente di noi”. Veniamo inoltre bombardati da messaggi e slogan che, sfruttando la retorica del self-made man, ci convincono che il nostro futuro e realizzazione personale dipendono esclusivamente dall’impegno che mettiamo nello studio, nel lavoro e nella costruzione di una carriera brillante. Persuasi da questa narrazione ingannevole, dimentichiamo che tutti dobbiamo fare i conti con la finitezza delle nostre possibilità e che la vita ci espone quotidianamente a cambiamenti improvvisi. Oltretutto, questa retorica non sembra considerare che le condizioni socio-economiche, culturali e ambientali in cui cresciamo determinano la gran parte del nostro futuro e che per rapportarci serenamente al nostro presente dobbiamo accettare che non tutti nasciamo con le stesse possibilità.

Paul Farmer, antropologo e medico statunitense scomparso pochi mesi fa, ha studiato il fenomeno della “violenza strutturale” – coniato dal sociologo norvegese Johan Galtung – per spiegare la teoria delle disuguaglianze sociali all’interno di uno stesso contesto, confutando la retorica che ci vorrebbe unici artefici della costruzione del nostro futuro. Dopo aver vissuto e lavorato a lungo nell’Haiti rurale, Farmer appurò che l’estrema opulenza e la miseria più abietta, spesso, coesistono all’interno del medesimo sistema politico ed economico. Secondo l’antropologo – che ne ha scritto nei suoi saggi Infections and Inequalities, uscito nel 1999, e Pathologies of Powerpubblicato nel 2003 – questa condizione si è tanto radicata da essere una diventata una struttura del mondo: se alcuni contesti accolgono le condizioni per una vita agiata, al riparo dall’insicurezza, dalla violenza e dalle scarse condizioni igieniche, altri sono ricettacolo di povertà, malattie e pericoli per l’incolumità dell’essere umano.

Secondo Farmer, la disuguaglianza di potere, ricchezze e privilegi non è data naturalmente, ma è il prodotto di secoli di lotte economiche, politiche e sociali. Chi nasce in un contesto di arretratezza economica e culturale, e di marginalità sociale, dovrà faticare enormemente per raggiungere le condizioni di benessere minime, e ciononostante potrebbe non avere mai accesso a determinati privilegi. Ciò non ha nulla a che fare con la volontà e la tenacia individuali, ma con delle strutture sociali consolidate e difficili da sradicare. Alcune categorie umane – tra cui Farmer cita le donne, gli omosessuali e gli appartenenti a determinate etnie – sono storicamente più esposte a forme di violenza e di discriminazione, maggiormente soggette a malattie, e devono faticare molto più degli altri per ottenere i diritti sociali e civili.

Il concetto di violenza strutturale dovrebbe darci la misura di quanto la nostra realizzazione non dipenda solo dal nostro impegno. Questo non significa essere lassisti, se le condizioni in cui nasciamo non sono favorevoli, ma evitare di colpevolizzarci laddove falliamo in qualcosa. Parole come resilienza e perseveranza, con la loro intrinseca positività, possono diventare dannose se ci impediscono di accettare i nostri limiti e di accogliere stati d’animo naturali come la stanchezza e l’abbattimento. Oltre a valutare le circostanze in cui nasciamo, è giusto tenere sempre presente che le nostre azioni sono frutto anche dell’attività inconscia; vivere ripetendoci che dovremmo andare a testa bassa verso in nostri obiettivi, può scontrarsi con nostre esigenze autentiche che ci sfuggono. I nostri obiettivi possono infatti derivare non da un desiderio profondo, ma da bisogni eteronomici e tappe uguali per tutti imposte dalla società. 

Ripeterci che “volere è potere” aumenta la nostra mania del controllo e ci rende rigidi e impreparati di fronte agli eventi talvolta traumatici che ci capitano, dal lutto a un fallimento professionale, fino alle conseguenze di una pandemia. Spesso non consideriamo che la realtà intorno a noi si modifica, ci mette degli ostacoli sul cammino, e che impegno e tenacia non sono sufficienti per realizzare le nostre ambizioni. Fare del nostro meglio è sì importante, ma non significa procedere come muli e lasciarci spremere da meccanismi sociali che ci vogliono incrollabili. Significa accettare che non possiamo controllare tutto, che spesso siamo stanchi e perdiamo la fiducia e che in quei momenti non dovremmo permettere a nessuno – soprattutto a noi stessi – di colpevolizzarci o svilirci. Rischiamo di precipitare sempre di più in un abisso che ci vuole performanti, di successo, incapaci di riconoscere i nostri limiti e di accettare che a volte ci sentiamo stanchi e demotivati. E che va bene così. Alimentare la retorica secondo cui se non riusciamo è perché non lo abbiamo voluto abbastanza, perché non ci siamo impegnati come avremmo dovuto, ci induce a svalutarci e a pretendere troppo da noi stessi, riducendo la nostra autostima e rischiando stress psicologico e burnout. Col risultato che iniziamo a pretendere troppo anche dagli altri. 

Se assecondiamo la retorica del successo a tutti i costi, finiamo per disistimare a prescindere chi, spesso per situazioni contingenti, non ha raggiunto una posizione professionale o sociale di prestigio. Ma questo è dannoso, perché tutti abbiamo bisogno della stima degli altri, indipendentemente dal fatto che riusciamo o falliamo. Come dimostrano alcuni studi del 2021, condotti da un gruppo di ricercatori guidato dall’esperto di leadership e dinamiche sociali Cameron Anderson, il riconoscimento sociale contribuisce in larga misura al nostro benessere, e non essere stimati può acuire depressione e infelicità. Per aumentare il benessere individuale e collettivo, dunque, è necessario ridimensionare il modello della persona che ottiene il successo con la sola caparbietà e smetterla di ammirare soltanto chi ha raggiunto determinati obiettivi. Dobbiamo essere sempre consapevoli che, nella maggior parte dei casi, la nostra realizzazione non dipende da noi, ma da circostanze predeterminate che non possiamo in alcun modo controllare né modificare. E che se facciamo del nostro meglio e falliamo, siamo lo stesso meritevoli della nostra stima e di quella degli altri.

06 ottobre 2022

Corsi e ricorsi

Mia figlia esce con un ragazzo. 

Ovviamente non è questo il punto, per l'amor d'Iddio, ha 21 anni... il punto è che si vedono al mattino. poi anche a pranzo. Poi mi dice che la sera esce, anche se è un pò raffreddata, ed escono assieme.

Mi viene da risponderle che forse è meglio che stia a casa, visto che è raffreddata, e che tanto lo ha già visto oggi.

Poi mi sono ricordato che erano le stesse cose che mi diceva mia mamma, più di 30 anni fa, e per fortuna mi sono trattenuto e non ho risposto nulla (non che potesse servire a qualcosa, così come non servivano le raccomandazioni di mia mamma)


Cazzo, sto proprio invecchiando.

03 ottobre 2022

Imbroglio


 

Succede tutto così in fretta

Eppure è qualcosa che avviene gradualmente. 

Un giorno sei lì, a boccheggiare dal caldo, a dormire seminudo con tutte le finestre aperte. Poi ad un certo punto indossi una maglietta. Quindi il pantalone del pigiama. Anzi, anche la maglia del pigiama. E già che ci siamo, copriamoci col lenzuolo.

Ieri sera ho messo il piumone, ed ho dormito da Dio. 3 ottobre. Che tristezza.

Ascoltare

Invecchiare non è gentile. Sei ancora qui. Ancora presente. Stai ancora guardando il mondo muoversi.  Ma il corpo che ti ha portato attraver...