11 febbraio 2020

Alla fine il giorno è arrivato



Così, quando meno me lo aspettavo.
Ho ricominciato a gareggiare, anche se in modo molto blando... per la prima volta, mi sono iscritto al campionato provinciale di categoria.
Sabato 1 febbraio era in programma la terza tappa, presso il mio circolo.
Le prime due erano andate così così... Il presidente, prima della gara, mi dice "Pino, a seconda di come va oggi valutiamo se vale la pena iscriversi anche alle prossime tappe".

Pronti, via. Il primo avversario lo conosco, è tosto, credo che quest'anno possa salire di categoria.
Ma io sono stranamente calmo.
Due a zero secco, 60-48 e 60-44. Match mai in discussione. I birilli cadevano e per una volta anche la fortuna non mi ha voltato le spalle.

Arbitro, gioco subito? si.

Semifinale, contro un avversario che ha vinto in modo a dir poco rocambolesco.
Ed io continuo ad essere calmo.
Di nuovo due a zero, 60-9 la prima (letteralmente distrutto) e poi 60-52 la seconda, dopo un 'rilassamento' da parte mia che è durato più del dovuto, facendomi quasi rischiare la partita.

Ma è andata. Sono in finale. Non è la prima volta, e tutte le altre volte è andata male, Già, non ho mai vinto un girone. Al provinciale, in gara, mai in una competizione ufficiale. In più il 'peso' di essere l'unico giocatore del circolo ancora in gara. Tutti gli altri hanno perso. Nessuno, in questa settimana di gara, ha vinto il girone eliminatorio.

Aspetto che il mio avversario venga fuori dall'altra semifinale, ancora in corso. Una mezzora di pausa. Va bene, mi consente di staccare un attimo e di respirare, ma non così a lungo da perdere la concentrazione, o almeno spero.

Ci siamo, finale di girone. Non conosco il mio avversario. Stretta di mano, acchito, lo perdo.
L'avversario gioca con biglia bianca. E gioca bene. Io sono sempre calmo, però un pò stanco, sembra che un pò di lucidità sia andata. Prima partita: 43-60, mai in discussione. Lui ha giocato meglio, io ho sbagliato alcune scelte.
Con la coda dell'occhio intravedo, aldilà della vetrata, tutto il circolo che guarda la mia partita.

Seconda partita, inizia molto tattica e siamo pari per qualche minuto, poi succede l'impensabile. In altre occasioni simili mi sono lasciato sopraffare dagli errori; stavolta no.
Allungo. Un paio di tiri e di rimanenze fortunose, ma dire che il merito è tutto lì sarebbe troppo riduttivo. Finisce 60-34. Siamo in parità e ci accingiamo ad iniziare il terzo e decisivo match.

Non vedo più la gente che mi guarda, non mi accorgo che molti sono entrati e guardano la partita a pochi metri di distanza. Mi sento freddo. Implacabile. Le scelte sono quelle giuste. I birilli non si limitano a cadere, volano letteralmente. Finale 60-12.

Tutto il circolo esulta e mi fa i complimenti. Incredibile, sono il portabandiera del Kursal.


Mi avvicino al direttore di gara che mi fa firmare una ricevuta e poi mi consegna il premio partita. Poca cosa, per carità, ma è un premio dolcissimo.
Tutti continuano a farmi i complimenti e mi prendono anche simpaticamente in giro, ma non ha importanza. Un amico, tanto tempo fa, mi ha detto "ti basta un singolo evento, qualcosa che ti sblocchi". Chissà.


07 febbraio 2020

Cinque sono le cose

Cinque sono le cose che un uomo rimpiange quando sta per morire. E non sono mai quelle che consideriamo importanti durante la vita. Non saranno i viaggi confinati nelle vetrine delle agenzie che rimpiangeremo, e neanche una macchina nuova, una donna o un uomo da sogno o uno stipendio migliore. No, al momento della morte tutto diventa finalmente reale. E cinque le cose che rimpiangeremo, le uniche reali di una vita.

La prima sarà non aver vissuto secondo le nostre inclinazioni ma prigionieri delle aspettative degli altri. Cadrà la maschera di pelle con la quale ci siamo resi amabili, o abbiamo creduto di farlo. Ed era la maschera creata dalla moda, dalle nostre false attese, per curare magari il risentimento di ferite mai affrontate. La maschera di chi si accontenta di essere amabile. Non amato.

Il secondo rimpianto sarà aver lavorato troppo duramente, lasciandoci prendere dalla competizione, dai risultati, dalla rincorsa di qualcosa che non è mai arrivato perché non esisteva se non nella nostra testa, trascurando legami e relazioni.Vorremmo chiedere scusa a tutti, ma non c’è più tempo.

Per terzo rimpiangeremo di non aver trovato il coraggio di dire la verità. Rimpiangeremo di non aver detto abbastanza ”ti amo” a chi avevamo accanto, ”sono fiero di te” ai figli, ”scusa” quando avevamo torto, o anche quando avevamo ragione.
Abbiamo preferito alla verità rancori incancreniti e lunghissimi silenzi.

Poi rimpiangeremo di non aver trascorso tempo con chi amavamo. Non abbiamo badato a chi avevamo sempre lì, proprio perché era sempre lì. Eppure il dolore a volte ce lo aveva ricordato che nulla resta per sempre, ma noi lo avevamo sottovalutato come se fossimo immortali, rimandando a oltranza, dando la precedenza a ciò che era urgente anziché a ciò che era importante.
E come abbiamo fatto a sopportare quella solitudine in vita? L’abbiamo tollerata perché era centellinata, come un veleno che abitua a sopportare dosi letali.
E abbiamo soffocato il dolore con piccolissimi e dolcissimi surrogati, incapaci anche di fare solo una telefonata e chiedere come stai.

Per ultimo rimpiangeremo di non essere stati più felici. Eppure sarebbe bastato far fiorire ciò che avevamo dentro e attorno, ma ci siamo lasciati schiacciare dall'abitudine, dall'accidia, dall'egoismo, invece di amare come i poeti, invece di conoscere come gli scienziati.
Invece di scoprire nel mondo quello che il bambino vede nelle mappe della sua infanzia: tesori. Quello che l'adolescente scorge nell'addensarsi del suo corpo: promesse. Quello che il giovane spera nell'affermarsi della sua vita: amori.

(Alessandro D'Avenia - Ciò che inferno non è)

Ascoltare

Invecchiare non è gentile. Sei ancora qui. Ancora presente. Stai ancora guardando il mondo muoversi.  Ma il corpo che ti ha portato attraver...