22 aprile 2021
Lasciatemi andare
13 aprile 2021
Quando la casa dei nonni si chiude
Penso che uno dei momenti più tristi della nostra vita sia quando la porta di casa dei nonni si chiude per sempre. Quando chiudiamo la casa dei nonni finiamo anche i pomeriggi felici con zii, cugini, genitori, fratelli.
È difficile accettare che tutto questo abbia una scadenza, che un giorno tutto sarà coperto di polvere e la risata sarà un lontano ricordo di tempi forse migliori.
La casa dei nonni è sempre piena di sedie, non si sa mai se un cugino porterà la sua ragazza, perché qui tutti sono i benvenuti. Ci sarà sempre il caffè pronto o qualcuno disposto a farlo.
Chiudere la casa dei nonni significa dire addio alle storie della nonna e ai consigli del nonno, ai soldi che ti danno segretamente dai tuoi genitori come se fosse una cosa illegale, al piangere dal ridere per qualsiasi sciocchezza.
È dire addio all'emozione di arrivare in cucina e scoprire le pentole e assaporare il "cibo della nonna". Per me è significato dire addio alle fette di pane grosso con il pomodoro, olio e sale. Addio all'odore di legna bruciata, quando il nonno accendeva la stufa. Addio alla rugiada del mattino, al profumo dell'erba e della terra bagnata, al vento e all'umidità. Addio al latrare dei cani. Addio al tufo ed ai portoni di legno, all'odore di gasolio e polvere.
Quindi, se hai la possibilità di bussare alla porta di questa casa e qualcuno ti apre, cogli ogni attimo, perché avere i tuoi nonni, stare seduti ad aspettare di baciarti è la sensazione più grande, meravigliosa, che si può sentire nella vita.
Godetevi la casa dei nonni, perché arriverà un momento in cui nella solitudine delle vostre pareti, se chiudete gli occhi e vi concentrate, potrete sentire forse l'eco di un sorriso o di un grido intrappolato nel tempo. Del resto, posso dire che quando li riaprirai, la nostalgia ti prenderà e ti chiederai: perché tutto è passato andato così velocemente?
E sarà doloroso scoprire che non se n'è andato: siamo noi che lo abbiamo lasciato andare.
Una scrivania vuota
Questo era il mio ufficio. La mia scrivania.
Da novembre 2014 ci sono andato ogni giorno, dapprima con fastidio (non conoscevo nessuno, era tutto diverso, orari, persone, posti, persino il caffè), poi con piacere, o quantomeno con una sorta di pacata rassegnazione. Un poco alla volta ho cominciato a familiarizzare con le altre persone dell'ufficio; poi dopo pochi mesi mi ha raggiunto Daniela, a seguire anche Bruno, Roberta e Silvia.
Facevamo già smartworking da tempo, anche se solo per un paio di giorni alla settimana. Poi è venuto il 2020 e tutto è andato a rotoli.
Qualche giorno fa ci hanno comunicato che, visto il perdurare della situazione e seguendo una precisa politica aziendale, le postazioni fisse sarebbero state 'disassegnate' e di recarci in sede, non appena possibile, per il ritiro di eventuali effetti personali.
Il mio portapenne. La mia agenda planning. Le foto delle mie figlie. Le conchiglie, il gufetto portafortuna, il pupazzetto di Materazzi e tutte le cagate che c'erano sopra. Anni di lavoro buttati nella carta straccia oppure stipati in borsoni che per il momento sono in garage e che non ho nemmeno voglia di guardare.
Tutto passa. Tutto cambia. Qualcosa fa male.
02 aprile 2021
Legami
La vita spezza i legami e lo fa senza chiederti il permesso: un giorno decide che tuo padre o tua madre, o un'altra persona a te cara, ha finito il suo tempo e tu sei lì a chiederti come farai a sopportare quel dolore.
Impari a conviverci, ti rassegni, in qualche modo sai che devi andare avanti.
Ed impari una grande cosa: la vita ti toglie la presenza, la voce, ma non i ricordi: tutto ciò che non potrai più toccare con mano lo porterai nel cuore.
Ascoltare
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