"Chi muore giace e chi vive si da pace", lo dice sempre mia mamma. Eppure basta un libro, una foto, una scritta, una immagine a farmi scendere una lacrima.
Sono passati poco più di 3 anni e ti ricordo ancora così, abbandonato sul letto ospedaliero, come una cosa posata in un angolo e dimenticata. Monitor, tubi, marchingegni. La maschera facciale premuta sul naso e la bocca. E torna prepotente quella sensazione provata la prima notte che mi sono fermato in ospedale. Quell’idea di aver visto un uomo al capolinea. Quella sorta di consapevolezza che si muore, si muore per davvero, che prima o poi anche quel monumento inossidabile che era tuo padre, che lo ricordavi gigantesco, anche quando negli anni lo avevi superato in altezza, gigantesco per la sua dirittura morale, quell’uomo non era immortale. Che insomma anche i padri possono soccombere, dileguarsi, morire.
Anche mio padre. E di conseguenza anche io, prima o poi.
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