Al termine della stagione 2007/2008, l'F.C. Internazionale comunica l'esonero a Roberto Mancini, dopo la vittoria in campionato, il terzo vinto dal mister jesino. Massimo Moratti sembra però avere le idee ben chiare: il 2 giugno 2008 siede sulla panchina dell'Inter il portoghese José Mário dos Santos Mourinho Félix. Se ripenso a quell'estate, posso ancora sentire le parole dei tifosi nerazzurri, divisi tra chi si chiedeva "Ma chi è questo qui?" e chi invece andava in giro spiegando che "È quello che ha vinto la Champion's nel 2004 col Porto!". Fatto sta che il mondo interista è scosso dall'esonero di Mancini, che era riuscito a riportare in alto la squadra dopo anni bui, e dall'arrivo di questo perfetto sconosciuto dall'ingaggio spropositato (10 milioni a stagione, mica pizza e fichi).
Al primo anno all'Inter macina vittorie su vittorie, vincendo nuovamente il campionato e zittendo parzialmente gli scettici e i critici. Parzialmente, già... perché José non è riuscito a portare l'Inter in alto in Europa, venendo sconfitto agli ottavi di finale dal Manchester United di Cristiano Ronaldo & Co. E allora il fango (ri)comincia a piovere sui nerazzurri, comunque vincitori in Italia a differenza delle restanti squadre, lasciate a mani vuote e con 'Zeru tituli' in bacheca quell'anno. Ma quale prostituzione intellettuale, dicevano alcuni... dicevano male.
Ma ci vuole ben altro per abbattere il Mago di Setúbal, ci vuole ben altro di qualche insensata dichiarazione di allenatori "Incapaci di mantenere integra la loro dignità professionale" (cit.). E allora Mou decide che è giunto il momento di zittire tutti, di fare terra bruciata attorno all'Inter, di lasciare a bocca asciutta e a 'Zeru tituli' non solo le squadre italiane, ma anche quelle europee.
Mourinho a fine partita piange, piange come un bambino, piange dalla gioia ma soprattutto dalla tristezza. Sa di aver regalato un sogno troppo grande ai suoi giocatori, ai tifosi e a se stesso, sa di aver realizzato un Triplete storico, ma sa anche che quella sarà la sua ultima partita da tecnico dell'Inter, sa che dopo quasi 100 panchine e un numero enorme di trofei conquistati in appena due anni, la sua strada e quella del mondo nerazzurro si sarebbero divise. Vaga in mezzo al campo, guarda gli spalti, incrocia il suo sguardo annebbiato dalle lacrime con quello altrettanto annebbiato dei tifosi, pare volersi scusare con ognuno di loro per la sua partenza, mentre dall'altro lato gli urlano 'Grazie'.
Credo fortemente che di allenatori come José Mourinho ce ne siano pochi. Anzi, credo che nessuno sia come lui. E non intendo dire che sia il migliore allenatore della storia per numero di trofei vinti, sarebbe una bugia. Ma c'è un motivo se il portoghese viene soprannominato 'Special One', c'è un motivo se ovunque egli vada, lascia un ricordo indelebile nella storia della società e nel cuore dei tifosi. Ha una capacità innata di farsi amare e odiare allo stesso tempo. È l'allenatore più odiato dagli avversari. E credo che chiunque abbia avuto l'onore di avere José sulla panchina della propria squadra del cuore non possa fare a meno di amarlo. Faccia da bastardo, sorriso ironico, intelligenza calcistica (e non) fuori dal normale, carisma, carattere e due coglioni così. Non esiste uno come lui, non c'è mai stato e mai ci sarà.
C'è gente che ha atteso con ansia il suo esonero dalla panchina del Chelsea quest'anno, soltanto per poter tornare a spalare fango sulla sua persona, ma Mou è rimasto impassibile, ha continuato a pensare e dire senza paura: "Sono il miglior tecnico che il Chelsea possa avere".
Mi scorrono davanti agli occhi le immagini della tua esultanza al Camp Nou, le tue conferenze stampa, il gesto delle manette che ti è costato caro (per il semplice fatto che la verità è scomoda quando viene spiattellata in faccia a tutti), al tuo incitamento nei confronti della curva nord nel derby vinto 2-0 in dieci uomini dal 30esimo minuto, il tuo abbraccio con Materazzi all'uscita dal Bernabeu, quando piangesti perché non volevi andar via ma dovevi. Già, dovevi, perché l'Italia non ti meritava José, non era pronta ad un uomo come te.
Perché l'Italia credeva di aver trovato un altro stupido da infinocchiare ad ogni occasione utile, ma non aveva capito che con te non poteva funzionare perché 'tu non sei un pirla'.
Spero di vederti di nuovo sulla panchina dell'Inter un giorno, so che tornerai perché tutti tornano dove sono stati bene, so che tornerai perché non hai paura di tornare dove hai stravinto, perché sai di poterlo fare di nuovo. Aspetti soltanto il momento giusto.
Buon compleanno José, e arrivederci, prima o poi.
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